martedì 31 marzo 2015

CINQUE VINI, TRE SORELLE, UN TERRITORIO > TUTTI I ROSSI DEL CASTELLO CONTI... IL POST DEFINITIVO



Conosco e bevo "Castello Conti" da alcuni anni, e provo una profonda ammirazione per i loro vini e per il lavoro "senza trucchi" di Elena e Paola. Da una recente visita con degustazione presso la loro cantina di Maggiora, é nata una sorta di collaborazione appassionata, che mi ha permesso di gustare l'intera produzione di rossi del Castello, che oggi in questo mega-post ho il piacere di raccontarvi alla mia maniera... Praticamente cinque post in un uno... quindi mettetevi comodi e buona lettura, giusto il tempo di accompagnarla ad una buona bottiglia e un buon disco... (se avete in cantina qualcosa del Castello Conti sarebbe il massimo...)


ZINGARA (croatina al 100%, senza solforosa aggiunta)


“Dirò subito che mi considero anch’io, del vino, un amatore inesperto”

E’ pur vero che le centinaia di bottiglie scolate, i viaggi nei luoghi del vino, le incursioni nelle cantine, le fiere, le letture, nonché la volontà di scriverne per confrontarmi con vignaioli e appassionati più esperti di me, mi hanno istruito. 

E’ altrettanto vero però, che la “materia del vino” è così profondamente complessa, sfaccettata, ricca di variabili e dettagli, che posso solo osservare “quanto sia vasta ancora la mia ignoranza, e l’arte del vino quanto difficile”.  

Mi diletto quindi, spassosamente, nell’arte del raccontare quelle che sono le mie eno-esperienze… “descrivere il gusto di un vino partendo da se stesso, riferendo le proprie sensazioni con assoluta sincerità, e confidando che gli altri, al momento buono, provino sensazioni poi non troppo diverse”.

Confido quindi nella “cultura” del lettore, soprattutto quello meno preparato, ma che ha il piacere della scoperta e della conoscenza. Quante volte ho sentito professare il proprio gusto nei termini di < che buono il Nero d’Avola > o < la Bonarda non mi piace >, basando il giudizio su poche bevute e senza considerare le moltitudini di sfumature e varianti, legate ai territori, agli uomini, al clima, alla cultura, alla tecnica… Pensate forse che tutti i Nero d’Avola o Bonarde siano uguali tra loro??

Le esperienze mi hanno insegnato che non c’è errore più grande che tarare il proprio gusto e il proprio giudizio, basandosi esclusivamente sulla denominazione di un vino. A suggellare quanto scritto, ecco la Zingara… un rosso da Croatina in purezza… basterebbe questo per generare in me una sorta di diffidenza e di eno-snobbismo, rievocando quella miscela colorata e spumosa proveniente dall’Oltrepò Pavese, che il mio babbo imbottigliava in cantina e che mi diceva essere Croatina (chissà…) 

Ogni sorta di dubbio va a dissolversi dopo i primi sorsi, quando scalzato il ricordo di quel vino bevuto dal babbo, ritrovo una Croatina ferma, invitante nel suo colore vivo e concentrato dalle sfumature porpora, che si concede succosa al gusto e alla beva, nella pienezza del frutto, nel sentore vinoso e leggermente speziato, nell’ingresso leggermente abboccato che declina in sensazioni amaro-dolci che lasciano spazio a suggestioni meno solari e più autunnali, quasi a voler marcare la sua piemontesità. Vino franco, schietto e scorrevole, supportato da una spiccata acidità che lo iscrivono di diritto nell’elenco dei vini “glu glu” e che nella sua “naturale” semplicità, trova un’appropriata collocazione al centro della tavola. 

“E’ un vino che consiglierei sempre quando si è in molti a tavola, e il numero la confusione impedirebbero di assaporare nel dovuto e religioso silenzio i vini sublimi… quelli che bisogna bere adagio, tra pochi amici e poche parole”.   

Vino simpatico e multicolor, vivo e giovanile nella sua carica energica, “pop” nel concedersi piacevole anche ai palati meno fini, altrettanto ideale per chi interpreta il vino con palato “viziato” da etichette troppo prestigiose, e necessità di rieducarlo al gusto e al piacere del bere quotidiano. 

Lasciamo al Nebbiolo, principe dei vitigni piemontesi, il compito di accompagnare le pietanze della tradizione e dell’alta gastronomia, così come i momenti di puro piacere davanti al caminetto. La Croatina delle sorelle Conti, è semplicemente “Vino Rosso” senza solforosa aggiunta, come natura e uomo sanno creare nel reciproco rispetto. 

Se mi è permesso un consiglio, infilate la bottiglia nello zaino insieme ad un salame e un pezzo di formaggio, se volete un plaid a quadrettoni, e godetevela con gli amici, nel piacere della condivisione, durante una scampagnata fuori città, magari partendo proprio da qui… sulle rive del lago d’Orta o risalendo verso le pendici del Monte rosa. 

Parole rubate a “Vino al Vino” di Mario Soldati



ORIGINI (croatina, nebbiolo, vespolina, dolcetto di Boca, uva rara…)


“< Non lo so cosa sia… > sorride piegando il capo, grigio e d’avorio, l’antico gentiluomo: < …era vino fatto qui.> Ecco, sarà un caso: ma è questa, questa e non altra, la risposta che ho sempre avuto dai più raffinati, sia aristocratici sia contadini,  quando mi capitò di assaggiare un vino eccelso.” Tratto da Vino al Vino - Mario Soldati

Questo Origini, è un vino che sarebbe piaciuto molto al “nostro” Soldati. Che vino sia, l’ultimo nato di casa Conti, esattamente non è dato sapere. E’ semplicemente vino come si faceva da queste parti una volta… attraverso il recupero delle vecchie vigne a maggiorina (1), un sistema d’allevamento della vite tradizionale, in cui i vari vitigni (croatina, nebbiolo, vespolina, dolcetto di boca, uva rara… e chissà che altro) venivano fatti crescere insieme in un singolo appezzamento. Alcune di queste vigne passano addirittura i cent’anni di età… 

Si tratta quindi di un esperimento, di una sfida dal risultato incognito, ma alimentata dalla convinzione e dalla volontà, che queste vecchie vigne e questo tradizionale allevamento, non poteva andare perduto, anzi merita di essere rivalutato e valorizzato. Come spesso capita in questi casi… quelli che erano dei punti interrogativi senza certezze, si sono trasformano in esclamativi… esclamazioni di grande soddisfazione, per aver “ritrovato” così buono quello che era il vino dei nostri nonni.

Mi accoglie un rosso rubino intenso e luminoso, impenetrabile al cuore… E’ decisamente il vino più “in carne”, soprattutto se messo lì in fila, affiancato dai nebbioli esili e scoloriti… Spicca, risalta, colora e tondeggia più di tutti. Annuso veloce e butto giù il primo sorso… Associazione di idee… scrivo su un foglio la prima parola che mi viene in mente… CONTADINO. Annuso poco, bevo deciso. Non sono tra quelli che amano stare troppo tempo sul bicchiere. Il vino si beve, e questo Origini, è proprio un bel rosso vivo, succoso, sanguineo, solare, dominato da un frutto che sembra appena raccolto dalla pianta, pieno e maturo, dolce e carnoso. E’ materia gustosa che solletica il palato, mentre scivola su tannini mai aggressivi, equilibrato da un’acidità viva e ben integrata, che ne marca il legame indissolubile con il territorio. 

Si beve con grande piacere e soddisfazione, non vi basterà un solo bicchiere, e, parafrasando una famosa pubblicità delle patatine, “se non ti lecchi le labbra, godi solo a metà!!”. Guardo il foglio e il mio unico appunto… CONTADINO. Sarà una suggestione collegata alla tradizione della “maggiorina”, sarà l’assemblaggio di uve come usavano i locali da queste parti, quando la campagna dominava e quasi tutti avevano un pezzo di vigna, per il vino da bere in famiglia. Sarà il suo nome Origini, che mi riporta indietro nel tempo quando il vino era mestiere per contadini e poco si parlava di enologi e agronomi. Quando il vino non era il risultato di studi e scienza, ma di tecniche e conoscenze tramandate di mano in mano.

Sarà… ma quello che più mi ha stimolato il termine CONTADINO risiede nel gusto e nel sapore del sorso. E’ il vino che vorrei trovare tutti i giorni sul tavolo di casa mia, un vino giovane e semplice, che “viene come viene” e non obbliga grossi sacrifici economici. Ma poi quando lo bevi, è tutta una goduria!!  Una vera sorpresa…  Personalmente lo ritengo la quint’essenza del vino “naturale”, artigianale, contadino. Ecco quando penso ad un vino “naturale” penso soprattutto a vini come questi… semplici, ma gustosi, freschi, succosi, artigianali, rustici, originali. Non sono in grado di spiegarlo a dovere, ma quando lo bevi si avverte quella autentica sensazione di genuinità, di natura viva e non morta, di spremuta d’uva. Vorrei perdermi tra i vigneti senza direzione, fermarmi a chiedere informazioni al primo anziano che incontro, seguirlo a casa e farmi offrire un bicchiere di vino come questo Origini. 

Bene a fatto Elena a sperimentare, a provare a rifare il vino come si faceva tanto tempo fa, perché il risultato a mio avviso è davvero interessante, e sono certo che anche le “sorelle” siano rimaste particolarmente colpite dal risultato. In futuro, con qualche vendemmia e un po’ di esperienza in più in fase di vinificazione, potrebbe essere il nuovo vino con cui Castello Conti si ricollega alla tradizione più rurale, per guardare alle nuove sfide del futuro. Fermo restando che il Boca non si tocca, questo Origini, è il vino che mi ha maggiormente coinvolto e colpito. 

(1)  Cinquant’anni fa molte colline del novarese erano quasi tutte coltivate a vigna. Le viti erano disposte alla “Maggiorina”, termine che viene dal paese di Maggiora e che sta ad indicare la disposizione della vite, su uno schema a filari divisi in quadrati di quattro metri per lato; al centro del quadrato si trovava un “ceppo” di vite, formato da due-quattro piantine, che erano sostenute da otto pali: due disposti al centro del filare, accanto al ceppo, e gli altri sei ai lati. 


NEBBIOLO COLLINE NOVARESI (nebbiolo al 100%) 


Che il nebbiolo sia il vitigno principe qui in Piemonte è fuori discussione, così come non si discutono le eccellenze produttive di “luoghi sacri” come Barolo e Barbaresco. Non bisogna però dimenticare le altre aree più o meno vocate alla coltivazione di questo vitigno, variabili nel clima, nel terreno, nelle persone, nella storia… in grado di regalarci vini dalle differenti sfumature, ma sempre di grande capacità espressiva, a marcare indelebilmente la nobiltà di questa uva. Non solo Langhe dunque, ma anche il Roero, il Canavese, il Biellese, in parte l’astigiano, ma soprattutto l’Alto Piemonte, terra vocata alla produzione di quest’uva, che trova espressione nelle pregiate e longeve denominazioni di Boca, Ghemme, Gattinara, senza dimenticare le versioni extra-regionali, della Valle d’Aosta e della Valtellina, dove si dice, il Nebbiolo sia nato.

Le sorelle Conti a Maggiora, coltivano il nebbiolo dell’Alto Piemonte, che in passato veniva chiamato spanna, quando alle pendici del Monte Rosa era tutto un fiorire di vigneti, prima che l’industrializzazione si mangiasse le campagne e che l’orgoglio rurale di molti contadini piemontesi, fosse imprigionato in cubi di cemento… sacrificio diffuso alla ricerca di uno stipendio sicuro. Oggi la lungimiranza di qualcuno ha preservato la viticoltura del nebbiolo anche qui, in quello che oserei definire, un autentico atto d’amore per la terra e di resistenza all’industrializzazione, e che oggi arriva nei nostri bicchieri grazie a piccole realtà come le Cantine del Castello Conti.

E’ anche per questo motivo che qui il nebbiolo ha un fascino particolare, per le produzioni risicate che li rendono rari e fortemente territoriali, preservati dalla modernità e dal turismo di massa. Le alpi, il terreno pietroso di origini vulcaniche, i freddi inverni, si rivelano in sorsi più vicini alle espressioni montane delle Valtellina che non a quelle più sudiste delle Langhe.

Questo nebbiolo in purezza ne è dimostrazione diretta, è vino raro e quasi “anti-moderno”, a tratti scontroso, ma non per una texture tannica dura e allappante, tipica dei nebbioli da grande invecchiamento bevuti in gioventù, quanto per una acidità tesa e vivace, che può creare qualche difficoltà a chi ama i vini tondeggianti e corposi, colorati e calorosi. Qui non troverete il caldo rifugio di una chitarra acustica, ma l’elettricità riverberata e ricca di feedback dello shoegazing. 

Un nebbiolo giovane quindi, elegante e trasparente alla vista, fluido e privo di concentrazione, scolorito, esile, quasi fragile nella mancanza di muscoli. Un vino semplice ma non banale, anzi, decisamente intrigante, per questa sua particolarità, per una tensione sempre vibrante, acidula, minerale, rocciosa, fresco e dal frutto croccante. Si beve veloce, dimenticate qualsivoglia sensazione materica, il palato viene accarezzato, come se il vino ci scivolasse sopra senza lasciare residui. Non è un vino esplosivo che impressiona alla prima sniffata, al primo sorso, è vino che ti rimane dentro quando la bottiglia è finita, quando ti rimangono quelle sensazioni di fiori appassiti, di profumi antichi, l’immagine della casa dei nonni e del fattore che arde le frasche. 

Sensazioni familiari che ti obbligano ad attirare l’attenzione dell’oste per chiederne un’altra bottiglia. E’ un vino che per usare un termine in voga oggi, definirei “vintage”, incastonato tra la fresca vitalità gioviale e i rimandi di un tempo che fu.. 


FLORES (nebbiolo al 100%, senza solforosa aggiunta)


Per meglio cogliere l’essenza del Flores, devo ritornare sulle tracce del Nebbiolo Colline Novaresi DOC, perché questi due vini sono fratelli gemelli, con una piccola e “sperimentale” variante adottata da “mamma” Elena… 

Semplificando… il Flores nasce nel 2010 da una “costola” del nebbiolo fin qui prodotto per realizzarne una versione senza solforosa aggiunta. Chi conosce i vini del Castello Conti, non può che ammirarne la rispettosa “naturalezza” dell’intero ciclo produttivo, dal vigneto… alla cantina, niente lieviti selezionati, enzimi, tannini, batteri malolattici, chiarifiche, mosti concentrati. La volontà di provare a produrre una versione di nebbiolo in purezza senza aggiunta di solforosa (come già avviene per la croatina Zingara), va ulteriormente nella direzione intrapresa, che guarda sempre più alla realizzazione di vini senza trucchi, espressione fedele del territorio, dell’uva, dell’annata e del suo vignaiolo. 

Il risultato, molto interessante, ha trasformato quello che era un semplice esperimento, in uno dei vini più “alternativi” a firma Conti. 

Finalmente, anche per noi “bevitori” curiosi, la possibilità di assaggiare in sequenza prima uno e poi l’altro, e coglierne le eventuali differenze. Se ne è discusso fino alla noia di questa solforosa… serve o non serve, fa bene o fa male, modifica il gusto di un vino o no, etc…etc…. Ebbene io non sono un salutista, non vado alla ricerca dei così detti “vini naturali” perché fanno meno male alla salute, ma perché li trovo più “veri” al gusto, e quando li provi e riesci a capirli, ad entrarci dentro, te ne innamori e non si torna più indietro!! Non sono nemmeno un “tecnico” per dibattere “scientificamente” e con cognizione di causa sull’argomento solforosa…  Una cosa sola mi interessa veramente capire da appassionato del gusto… C’è differenza nel bere un vino con solforosa aggiunta e uno senza?? Ora dopo ripetuti assaggi e confronti tra questi due vini gemelli, ho la risposta… ed è si… un bel si grande e grosso, perché la differenza c’è ed è sensibile.  

Non mi riferisco a questioni legate alla tenuta del vino o al mal di testa del dopo bevuta, ma al gusto vero e proprio… a quell’insieme di sfumature e sensazioni spesso inspiegabili, che si colgono nella maniera più soggettiva possibile appena infili il naso nel bicchiere. 

Per quanto poco qualificata possa essere la mia opinione, direi che pur mantenendo il carattere nebbioleggiante tipico del vitigno e già riscontrato nel Colline Novaresi, (quindi vino leggero, scarico, giovane, snello, minerale…) il Flores l’ho trovato decisamente più energico… forse meno fine, meno equilibrato, ma più sanguineo, più scalpitante… meno perfetto e scarnificato, ma più vivo e ruspante, rustico. 

Già all’olfatto, lo trovo meno lineare, ma più variopinto, più vinoso a tratti terroso, così come alla beva, scorrevole e verticale, certo, ma anche una sensazione di pienezza, ti rimane maggiormente attaccato al palato. 

Insomma è come se avesse uno scatto in più…  che non significa “migliore”, ma semplicemente “diverso”. Diciamo che il Flores esce in maniera più diretta, ti colpisce subito, il Colline Novaresi, prima scoli la bottiglia poi dici che è buonissimo… 

Se il Nebbiolo con solforosa mi ricorda una film dei fratelli Dardenne, nell’essere scarno, essenziale, diretto… il Flores è più un film alla Kusturica, variopinto, graffiante, caotico, satirico… Se il primo è un bozzetto nero su bianco con l’omino “La Linea” di Osvaldo Cavandoli, il secondo è l’omino “Pop” in multicolor di Keith Haring

Ad ognuno il suo Nebbiolo, fate il vostro gioco in base al vostro gusto, con o senza solfiti poco importa, chi conosce i vini di Cantina Conti va a colpo sicuro. 


BOCA "IL ROSSO DELLE DONNE" (nebbiolo 75%, vespolina 20%, uva rara 5%)


“Ho smesso di contare le volte in cui, arrivata alla seconda riga, ho cancellato e riscritto tutto nuovamente. Cercavo un inizio ad effetto, qualcosa di poetico e vero allo stesso tempo, qualcosa di grandioso, ma agli occhi.

Non ci sono riuscita.

Poi ho capito, ricordando ciò che non avevo mai saputo: che per i grandi cuori che muoiono nel corpo ma che continuano a battere nel respiro della notte, non ci sono canoni o bellezze regolari, armonie esteriori, ma tuoni e temporali devastanti che portano ad illuminare un fiore, nascosto, di struggente bellezza”. Frida Kahlo

Di fronte a me la bottiglia svuotata di Boca, un foglio bianco e un’infinità di pensieri ed emozioni vive, che vorrei riuscire a razionalizzare sotto forma di scrittura. Ma quando si è al cospetto con qualcosa di “grande”, si vorrebbero dire tante parole, finendo per rimanere muti. “Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo”… come quella canzone (ovviamente strumentale) degli Afterhours. 

Scrivo e cancello… scrivo e cancello… ha proprio ragione Frida, servirebbe un inizio ad effetto, di poetico e vero allo stesso tempo per descrivere la grandezza di questo vino. 

Ogni riferimento non è puramente casuale… un flashback mi riporta a quel “Rosso delle Donne” del 2007, bottiglia che acquistai al mio primo incontro con i vini e le vignaiole di Castello Conti. “Prematuramente” stappai, e ne scrissi entusiasta nell’autunno del 2012, da poco rientrato da un breve “su e giù” messicano, concluso alla Casa Azul di Città del Messico, dove visse l’artista Frida Kahlo. 

Rimasi profondamente colpito da entrambi, così distanti ma così “artisticamente” in grado di suscitare emozioni simili. Sarà una suggestione “femminista” che mette in relazione Frida e questo Boca “al femminile”… Una sorta di magnetismo, una forma di attrazione verso quella bellezza culturale, mai semplice o scontata, spesso controversa e irrequieta, misteriosa e mutante, sfaccettata. La stessa attrazione magnetica, del “Rosso delle Donne”, di questa cantina, di questo progetto che unisce in sinergie atipiche vino, cultura, storia e femminilità… In grado di generare un passionale interesse, stimolandoti continuamente, nel tentativo, mai pienamente riuscito, di penetravi fino in fondo e coglierne l’essenza….

Vedere Elena e Paola in cantina estrarre bottiglie di vecchie annate de loro Boca, mi ricorda quel cassetto da cui mia madre estraeva gli album dei ricordi di famiglia, immagini ingiallite ma ancore vive di ciò che eravamo. Il “Rosso delle Donne”, è un vino, un progetto, una storia, una famiglia, un territorio “di struggente bellezza”. Inutile imbrigliarlo in qualsiasi resoconto organolettico, “non ci sono canoni o bellezze regolari”, come potrei descrivere la tridimensionalità di un vino, che a ritroso negli anni si svela nelle sue caleidoscopiche e multiformi sfaccettature, “che portano ad illuminare un fiore”?? Lascio volentieri questo compito ai “tecnici” e alle persone che vivono di certezze, sicuramente più abili di me nel pronunciarsi. 

Personalmente in ogni sorso ritrovo il vino figlio del vulcano, con i suoi nordici tratti distintivi, esile e fragile, quasi sfuggente nella sua spiccata mineralità incastonata in una struttura imponente, beccheggiante tra suggestioni agrumate e balsamiche, variabili in un percorso di incredibile e naturale longevità, che scalfisce il tempo e mi suscita quella stessa “rispettosa” ammirazione che provo al cospetto di una qualsiasi forma “artistica” che racchiude e racconta una STORIA . Un vino che poco ha da spartire con il termine “moderno”.

Giovanni Bietti, su “Vini Naturali d’Italia” quando parla dei produttori piemontesi scrive: “… una sintesi tra natura e cultura e la tradizione di una data zona riveste grande importanza… si potrebbe dire insomma che idealmente, per un serio viticoltore piemontese, un vino naturale è un vino tradizionale fatto bene… il valore di ciò che è stato trasmesso dal padre e dal nonno, il rispetto e la responsabilità verso il territorio, la memoria dei vini e delle pratiche contadine di un tempo mi colpiscono come in genere non succede in altre zone”

Definizione in cui mi ritrovo e che è specchio del lavoro svolto al Castello Conti. Tra tutte le parole che mi rimbalzano in testa pensando al Boca, a questo Boca, STORIA è la parola che ritorna più forte e chiara. La stessa storia, figlia di uno stretto attaccamento alla tradizione vitivinicola, che trasuda il volto della signora Conti quando mi ha accolto in cantina, mamma Mariuccia. Preziosa presenza al fianco di papà e “signore del Boca” Ermanno, uomo tenace e di “piemontese” operosità, capace di attendere anche 10 anni il suo Boca, che ha saputo superare lo sconforto di tre figlie femmine, in anni in cui, la viticoltura non era mestiere per donne. 

Quella stessa passione per il vino e la tradizione, quel senso di appartenenza ad una famiglia e ad un territorio che papà è riuscito a trasmettere alle sue figlie, e che oggi attraverso una viticoltura non interventista e artigianale, continuano a tramandare anno dopo anno con grande solarità e positività, caricandosi sulle spalle il peso e la responsabilità di un vino che ha fatto e continua a fare, la STORIA enologica dell’Alto Piemonte. 

Uno sguardo attivo sul passato per andare avanti, con spirito costruttivo e innovativo, nelle continue collaborazioni artistiche e culturali, che creano sinergie e coinvolgono gli appassionati, un traino alla rinascita di un’area vitivinicola di grande vocazione, che ha rischiato di scomparire, e che oggi grazie anche a realtà come questa, sembra ritrovare nuova linfa. 

Il fascino di un territorio ancora poco conosciuto ai più, il piccolo vigneto, l’esigua quantità di bottiglie prodotte e mediaticamente meno decantate rispetto ad altre espressioni piemontesi, la possibilità di stappare ancora vecchie “splendide” annate, ne fanno un vino dallo spirito “indie”, un vino non sempre facile da trovare, una perla rara da custodire e coccolare. 

Un vino culto che ha scritto la STORIA.


martedì 24 marzo 2015

PRULKE 2009 - Venezia Giulia I.G.T. - Zidarich



Il Prukle di Zidarich suona letteralmente "rock". Vino più che mai figlio delle pietre,  della roccia carsica, del vento e anche del mare.



Torno in Friuli e sui bianchi macerati, precisamente in quella terra di confine conosciuta come Carso, che in questi ultimi anni, sembra aver focalizzato l’attenzione degli eno-appassionati a discapito del Collio. A me delle tendenze non mi importa molto, adoro i vini del Collio, così come quelli del Carso, vini che intrigano per un carattere distintivo unico, che li rende particolari, originali, espressivi, autentiche cartoline enoiche di un territorio unico e ricco di mistero. 


Tra i nomi più importanti e conosciuti c’è sicuramente quello della famiglia Zidarich, comune di Prepotto, nel cuore del carso triestino. Vignaioli da sempre per usanza locale (<<si beve più di quanto si vinifichi>>) e per fornire le osmizze di paese, é Benjamin insieme alla moglie, che dal 1988 ha molto investito con grande determinazione nell’azienda paterna, partendo da quel mezzo ettaro di vigna per arrivare oggi con impegno, determinazione e indiscusso amore per il Carso e il suo vino, a coltivare 8 ettari di vigneti, sapientemente reimpiantati nel corso degli anni su terreni di roccia carsica, ricoperti da un sottile strato di terra rossa ricca di ferro.  Un lavoro continuo, nel segno dell’artigianalità e della continua ricerca della qualità, che ha portato alla nuova “spettacolare” cantina su più livelli, scavata nella roccia fino ad una profondità di 22 metri.  Una produzione di circa 25.000 bottiglie, con spazio ai vitigni autoctoni di queste zone, vitovska e malvasia, il terrano, un po’ di sauvignon e merlot. Vini dal carattere distintivo che esprimono il legame tra l’uomo e il territorio, che raccontano un luogo, la sua storia, le sue tradizioni, la sua bellezza e il suo “grigio” fascino est-europeo. La scelta, oggi scontata, rivoluzionaria allora, di trasmettere tutto questo attraverso vini realizzanti senza scendere a compromessi, sposando la filosofia “naturale”. 


Il vino che vado a raccontarvi si chiama Prulke, annata 2009, e rappresenta un “bianco carso” composto dall’assemblaggio di uve bianche, vitovska 20%, malvasia 20% e sauvignon 60%, provenienti dallo stesso vigneto.  Basse rese (40-50 ql/ha) con viti di età variabile che arrivano fino ai 30 anni. Vendemmia a cavallo tra fine settembre ed inizio ottobre con produzione limitata a 3000 bottiglie. Fermentazione e macerazione sulle bucce in tini aperti con follature giornaliere e nessun controllo di temperatura. Lieviti autoctoni. La fermentazione malolattica avviene in botti grandi di rovere, mentre l’affinamento in botti medie e grandi di rovere di Slavonia e francese. Nessuna filtrazione, chiarifica e stabilizzazione in fase di imbottigliamento. Il Prulke viene commercializzato dopo due anni. 13% di gradazione alcolica e prezzo in enoteca sulle 25 euro. 


Visivamente nessun dubbio sulla macerazione… consistente, leggermente viscoso, nebbioso… un giallo oro tendente al ramato. Il vino è intrigante, ricco di sfaccettature, originale… Naso e palato in simbiosi, ci conquistano a ritmo di rock… dimenticatevi le rotondità solari a base di frutti in salsa tropicalista, da queste parti il latino-americano risulta molto più che insopportabile… Qui il vino viaggia su ritmi tesi e sostenuti, chitarre elettriche, amplificatori valvolari, suoni dalla texture sgranata dalle suggestioni vintage. Stoner sound, perché il Prulke suona letteralmente rock. Vino più che mai figlio delle pietre,  della roccia carsica, del vento e anche del mare. 


Vino fortemente minerale, sapido, quasi salato, leggermente salmastro, non facilissimo al primo impatto, soprattutto per chi non è abituato ai così detti vini “orange”. Bisogna abituare il palato, poi sorso dopo sorso si rimane positivamente colpiti, conquistati, anche se non si beve con la “foga” dei bianchi beverini e glu glu che rinfrescano nelle calde giornate estive. Non servitelo troppo freddo… e lasciatevi trasportare…  è un vino che affascina con il tempo…  continuerete a versarne nel bicchiere, per gustarlo con calma e lentezza, alla ricerca delle sue particolari e caleidoscopiche sfumature celate dietro quel muro di roccia, le note agrumate, la speziatura, i rimandi vegetali di salvia ed alloro. La beva “macerata” nella presa tannica, nella morbidezza, nelle sensazioni di pienezza, qui è splendidamente contrastata e rinfrescata da una texture sgranata e da una vena sapido/minerale a tratti spigliata. Finale lungo e dal retrogusto amarognolo.


Rimane (argomento già affrontato nei post precedenti) il dubbio amletico sui bianchi vestiti di rosso… sulla loro “dubbia” capacità di rendere giustizia al vitigno… ma per oggi non voglio pensarci e godermi a pieno questo intrigante sorso carsico. Seriamente candidato ad entrare nella top-ten del 2015.


Vi consiglio uno sguardo al video firmato Mauro Fermariello, dedicato a Beniamino  Zidarich che troverete su Winestories …  

martedì 17 marzo 2015

MONTECUCCO SANGIOVESE RISERVA 2010 - D.O.C. - Az. Agr. Parmoleto

La Maremma, troppo spesso terra di conquista.. ritrova la sua autenticità in realtà rurali e tipicamente toscane come quella di Duilio Sodi


Ogni anno prima di avviarmi in direzione Leoncavallo per l'imperdibile appuntamento con La Terra Trema, mi stampo la lista dei partecipanti e ne evidenzio una decina che non voglio perdermi… ai quali ovviamente si aggiungono gli amici da cui si passa per un saluto e un bicchiere, più alcuni assaggi casuali da fine fiera. Purtroppo il resto si salta, qualcuo ovviamente già si conosce... ma tante altre interessanti realtà che meriterebbero attenzione, rimangono inesplorate.

Il Critical Wine milanese, rappresenta un appuntamento fisso per il sottoscritto e anche per amici, non vengono quindi a mancare nei mesi successivi, i momenti "gambe sotto il tavolo", dove gustare qualche acquisto "critico" direttamente dalla rassegna milanese, permettendomi così di recuperare alcuni assaggi mancati. 

Va così, che il buon Chicco acquista e mi omaggia di questa bottiglia di Montecucco Riserva della cantina Parmoleto, da cui non mi ero mai fermato per un assaggio... quindi novità a Simo diVino. Eppure devo ammettere che tralasciando le più conosciute e blasonate denominazioni, proprio dalla provincia di Grosseto e dalla D.O.C. Montecucco, arrivano alcune delle più interessanti bevute "toscane" fatte ultimamente. Una terra fantastica in cui tutti vorrebbero vivere, incastonata tra Montalcino, la Val d'Orcia, il monte Amiata, ma che, come ho già rimarcato in passato, ha perso in "toscanità" a causa di eno-investitori milionari, sempre più indirizzati alla conquista della Maremma. Resistono ancora fortunatamente, alcune realtà più piccole ed artigianali, che stanno tenendo alto il nome di questo territorio, grazie ad un approccio più rurale e meno "brandizzato", puntando soprattutto sui prodotti autoctoni e fortemente territoriali. 

Ho già scritto su questo blog di alcune realtà interessanti di queste parti... cantine e produttori che meritano la vostra visita durante le vacanze estive, quando da turisti andrete alla ricerca dei prodotti buoni e genuini, tipicamente toscani, senza essere presi in giro... sono queste alcune realtà da segnarvi sul taccuino... Prato al Pozzo a Cinigiano, poco distante l'Az. Agr. Sant'Anna, ma mi sono piaciuti molto anche i vini di Campi Nuovi e oggi eccomi qui a segnalarvi l'Az. Agr. Parmoleto.

In questo splendido paesaggio collinare sorge l'azienda agricola di Duilio Sodi (comune di Montenero d'Orcia), produttori soprattutto di cereali come orzo, avena, grano, ma anche viti e ulivi, senza dimenticare l'allevamento dei suini e da una decina di anni anche agriturismo. Concentrandoci sulle questioni enoiche, si producono soprattutto vini fedeli alla D.O.C. Montecucco, senza dimenticare un Syrah in purezza e due I.G.T., tra cui il Cabatto, unico bianco realizzato con un mix di Trebbiano, Malvasia e Chardonnay. 

Il vino che vado a raccontarvi é la loro Riserva di Montecucco, annata 2010, realizzato con uve sangiovese in purezza. I vigneti sorgono su terreni principalmente argillosi. In totale sono all'incirca 5 gli ettari vitati, situati in collina ad un'altezza di 250m. Ad occuparsi del vino é soprattutto il figlio Leonardo, con una gestione attenta ai ritmi della natura. Come prevede la disciplinare, per la riserva, dopo la vinificazione in inox, 24 mesi di affinamento in legno (barriques) e 6 mesi in bottiglia. 3000 bottiglie di riserva, sulle circa 20.000 prodotte. 

Il vino é di un rubino scuro dalle sfumature brillanti, compatto, intenso, attacca vinoso, leggermente alcolico (15%vol.), caldo, pungente, penetrante... Beva mai doma, sempre in bella tensione, come se le barriques non avessero plasmato troppo il carattere da sangiovese purosangue e questo é un bene. Non vi nego che appena letta la retro-etichetta, vista l'alta gradazione alcolica e le piccole botti di rovere, temevo il classico rosso toscano tendente al "super", invece il vino non eccede in legno e in grassezze, non scade mai nell'autocompiacimento, preferendo mostrare il suo carattere fortemente territoriale, piacevolmente sapido, gradevolmente fruttato e di bella presa tannica, ancora verdeggiante, ma già ben integrata. Alla fine rimane un sorso pieno, gratificante e comunque importante... per un vino che sicuramente saprà sfidare il tempo. 

Bevuta interessante e di carattere, così come é interessantissimo il rapporto qualità/prezzo (siamo sotto le 15euro). Consigliato.

martedì 10 marzo 2015

RENOSU ROSSO - Romangia I.G.T. - Tenute Dettori

...rotondo, succoso e sanguineo, davvero godereccio ed amabile, sicuramente originale, ed espressione a tutto tondo del mio personale concetto di vino "naturale" e artigianale.



La Sardegna rappresenta un contesto vitivinicolo unico e Tenuta Dettori ne é la conferma, la sua migliore espressione. Ogni volta che incontro Alessandro Dettori alle fiere, é per me un obbligo fermarmi ad assaggiare il trittico di cannonau Tuderi-Tenores-Dettori... Così l'altra sera mentre mi trovavo a cena nella piccola osteria di Nerito Valter a Cantello (VA), non ho avuto dubbi sulla scelta del vino, quando in fondo alla lista ho scovato il Renosu Rosso. Cos'altro posso aggiungere io, semplice appassionato bevitore, che non sia già stato scritto su questa cantina, diventata punto di riferimento indiscusso tra i produttori artigianali e "naturali"?

Quattro info per i neofiti o per chi, non é ancora riuscito ad andare oltre ai vini di Sella & Mosca bevuti durante le vacanze estive in Costa Smeralda.. Tenuta Dettori provincia di Sassari, località Badde Nigolosu, comune di Sennori, in quella parte di regione denominata Romangia, che si affaccia sul golfo dell'Asinara nel nord-ovest della Sardegna. Tra le 20-40.000 bottiglie l'anno (variabili in base all'annata), poco più di 20 ettari vitati tra i 100 e i 200 metri di altitudine che si affacciano sullo splendido mare sardo. Non aggiungo altro, ma servirebbero intere pagine per raccontare la storia, il territorio, la società, il vino di questa regione e di questa cantina. 

Vigneti ad alberello che partono dai 40 fino a passare i 100 anni di età, coltivati su terreni sabbioso-calcarei. Una filosofia produttiva non interventista, quasi arcaica se mi passate il termine, decisamente tradizionale nel metodo e fortemente territoriale nell'espressione. Fare vino "vero" come la storia e la cultura del luogo ha tramandato. Zero chimica in vigna, chiarifiche, filtrazioni e solforosa aggiunta, solo lieviti indigeni, rese bassissime. Ogni annata é diversa dall'altra, ogni bottiglia esprime la sua personale unicità. Il Cannonau é il vitigno principale, ma tutte le uve vengono vinificate in purezza, per valorizzare il carattere di ogni singolo appezzamento, a cui si aggiunge la decisione di abbandonare una D.O.C. generalizzante, per salvaguardare l'originalità e la tipicità dei suoi vini espressione di un terroir unico.

Così parlò Alessandro Dettori e non credo sia necessario aggiungere altro:
“Io non seguo il mercato, produco vini che piacciono a me, vini del mio territorio, vini di Sennori. Sono ciò che sono e non ciò che vuoi che siano”.Alessandro Dettori  – 1998 – Vignaioli, Artigiani del Vino e della Terra

Il Renosu, (anche se il termine non mi piace) può essere considerato il vino base tra i rossi della tenuta, in quanto é realizzato attraverso l'unione delle uve non selezionate per la produzione dei cru (quelle che per Dettori sono uve "non selezionate" sarebbero oro per molti altri produttori...). Si tratta quindi di un vino a base Cannonau, con piccole percentuali di Monica e Pascale, all'interno del quale confluiscono anche uve di annate differenti e per questo in bottiglia non viene specificata l'annata. Dai 3 ai 10 giorni di macerazioni e dai 2 ai 3 anni di affinamento in piccole vasche di cemento. Poi bottiglia. 

Di un bel rubino vivo, compatto e concentrato, é un vino ricco di carica positiva, é un vino della gioia e del sole, nella sua pienezza del frutto, vivo, rosso e maturo, nel suo residuo zuccherino, che spicca in un ingresso abboccato di succosa dolcezza. Caleidoscopico nel liberarsi da qualsiasi eccesso di autocompiacimento, con una bella acidità e invitante sapidità, tra gli arbusti della macchia mediterranea, la mineralità, i richiami salmastri, il timo, l'origano, la lavanda, il pepe. Vino rotondo e sanguineo, davvero godereccio ed amabile, sicuramente originale, ed espressione a tutto tondo del mio personale concetto di vino "naturale" e artigianale. Apparentemente semplice, altamente bevibile e altrettanto godibile, succoso e coinvolgente... quasi da mangiare. Vino che potrebbe essere ancor più eccezionale, se bevuto leggermente fresco durante una calda serata estive.

Il vino base che ogni cantina dovrebbe avere nel suo "roster", che sogneresti acquistare sfuso a litrate. L'opera é completata da un rapporto qualità/prezzo davvero invitante, tra le 10-15 euro. Da provare, quasi impossibile rimanere delusi.

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ACQUISTI IN CANTINA... A VOLTE I CONTI NON TORNANO !!

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da "Le vie del vino" di Jonathan Nossiter... < - In cantina questo Volnay, che qui é a 68 euro, ne costa più o meno 25. Quindi non sono i De Montille ad arricchirsi. Ma quando arriva a Parigi o a New York, il vino costa almeno il doppio che dal produttore. - Quindi per noi che abitiamo in Francia val la pena di andare a comprare direttamente da lui. - Si in un certo senso, il ruolo dell'enoteca in città è quello di aprirti le porte per farti scoprire il tuo gusto personale, e di esserti utile quando hai bisogno di qualcosa rapidamente. Poi spetta a te stabilire una relazione diretta con il produttore >

NON STRESSATECI IN ENOTECA !!

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...Anche se sono un po’ più giovane e indosso il parka con le pins non significa che entro per mettermi sotto il giubbotto le bottiglie di Petrus fiore all’occhiello della vostra enoteca, quindi evitate di allungare il collo o sguinzagliarmi alle spalle un commesso ogni volta che giro dietro allo scaffale.